P come Parker

“I rasoi fanno male,/ i fiumi sono umidi,/l’acido lascia tracce,/le droghe danno i crampi,/le pistole sono illegali;/i cappi cedono/ il gas è nauseabondo…/Tanto vale vivere.” Dorothy Parker

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Questa poesia era sul retro di una raccolta di racconti pubblicata da La Tartaruga che trovai in biblioteca in uno di quei giorni di incontri fortunati (quando prendi a caso i libri e sono splendidi, uno più dell’altro), e di cui mi innamorai. E’ stata soprattutto la sua ironia a conquistarmi e poi, cercando notizie su di lei, la sua autoironia. Per esempio, dopo la cerimonia di consegna di un premio, davanti alla platea che si alzò per applaudirla, disse: «Oh, si sono alzati per me? Credevo che si fossero alzati per andarsene!». Oppure il suo epitaffio: “Scusatemi se faccio polvere”.

I suoi commenti le procurarono la reputazione di essere la donna più spiritosa di New York, “ed erano sempre commenti che smantellavano la pedanteria, la petulanza o l’ ipocrisia, sempre con un’ eleganza, con una leggerezza, una poesia tali da rendere l’ irriverenza solo un trucco per creare una presa di coscienza contro l’ egoismo dei cosiddetti “ricchi”.” (Fernanda Pivano)

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Maugham di lei disse: «Ha scoperto una verità grave e salutare al tempo stesso: nelle nostre più sentite disgrazie c’è qualcosa di irresistibilmente comico.»

E’ splendida la sua prosa elegantemente caustica e sottilmente divertente che descrive con indulgenza i difetti e le mediocrità e con tenerezza le infelicità umane.

Fortunatamente la casa editrice Astoria ha deciso di ripubblicarla!

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Oddio, grazie infinite. Sarà un vero piacere.

Non voglio ballare con lui. Non voglio ballare con nessuno. E anche se ne avessi voglia, non con lui. Anzi, sarebbe proprio l’ultimo della lista. Come se non avessi visto in che modo balla: sembra uscito dalla notte di Valpurga. Pensa, meno di un quarto d’ora fa me ne stavo lì a dispiacermi per quella povera disgraziata che stava ballando con lui. E adesso sarò io quella disgraziata. Fantastico. Com’è piccolo il mondo.

Ah sì, e che mondo meraviglioso, una vera gemma. E quel che vi accade è così fascinosamente imprevedibile, vero? Ero lì, a pensare ai fatti miei senza far male a una mosca. E lui si presenta bel bello, tutto sorrisini e buone maniere, a implorarmi di concedergli il privilegio di una memorabile mazurka. Oh insomma, sa a malapena come mi chiamo, per non parlare di quel che significa. Significa Disperazione, Smarrimento, Futilità, Denigrazione e Omicidio Premeditato, ma lui che ne sa? E non so neppure il suo, di nome. Non ne ho la più pallida idea. Dall’espressione nei suoi occhi, direi che si chiama Sfigato. Ehi, come va, signor Sfigato? E come sta quell’angelo del suo fratellino, quello con due teste?” dal racconto Il Valzer nella raccolta Dal diario di una signora di New York di Dorothy Parker, Astoria.

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