O come odore

“Era come una stazione degli autobus, un posto abbandonato, con i sedili tipo le carrozze dei vecchi treni della B.&O., le piattaforme della metropolitana, le stazioni della polizia. Univa insieme la caratteristica aleatoria e l’atmosfera caotica di un terminal pubblico con la sensazione di terrore che si percepisce immediatamente all’ultima tappa prima di una catastrofe.

Era un buco tetro, che puzzava di cuoi sintetico e disinfettante, ed entrambi gli odori sembrava venissero dal materiale graffiato e rovinato dei sedili allineati su tre pareti. Puzzava delle ceneri di tabacco che inondavano i due portacenere di metallo pensili. Sull’orlo cromato di uno dei due, splendeva un mozzicone umido di sigaro simile a un pezzo di carne masticata. C’era l’odore dei gusci delle noccioline e delle carte cerate di caramelle che imbrattavano il pavimento, l’odore di vecchi giornali, secco, d’inchiostro, soffocante come quello di un urinale, l’odore di sudore d’ascelle e di inguini e di schiene e di facce, che si spandeva e seccava nell’aria priva di vita, l’odore di vestiti-dei detergenti di cui erano imbevuti i tessuti che si diffondevano orrendamente nell’aria calda e dolciastra, pungendo le narici come spine-tutte le essudazioni della pelle umana, un bouquet di essenza animale, che fluiva intorno, si seccava, ma lasciava nella stanza un peculiare e inestirpabile odore di disperazione, come se le sostanze chimiche si fossero trasformate in puro spirito, in una sorta di particolare ascensione.

A ridosso della quarta parete era sistemato un tavolo traballante sul quale c’erano alcune riviste malandate. Le pagine di una svolazzavano per la folata di calore proveniente dallo sfiatatoio di una scatola di metallo sospesa al soffitto. La luce che arrivava dalle lampade del soffitto era acre e accecante come un respiro malato.

In quella stanza c’era un’evidente confusione dei sensi. L’odore diventava colore, il colore diventava odore. Il muto fissava il muto così intensamente che avrebbero potuto ascoltarsi con gli occhi, e l’ascolto diventava innaturalmente acuto, pur nella sola attesa delle familiari sillabe dei cognomi. Il gusto moriva, le bocche si aprivano nel malsano torpore dell’attesa.” da Quello che rimane di Paula Fox.

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