P come potere

“Quando prendevo possesso della tavola lo facevo da monarca. Eravamo i re, gli astri splendenti in quelle poche ore di banchetto che avrebbero deciso il loro futuro, che avrebbero segnato l’orizzonte tragicamente vicino o deliziosamente lontano e radioso delle loro speranze di chef. Facevo il mio ingresso in sala come il console che entra nell’arena a ricevere le acclamazioni, e ordinavo che la festa avesse inizio. Chi non ha mai assaporato il profumo inebriante del potere non può immaginare l’improvvisa scarica di adrenalina che il irradia il corpo da capo a piedi, che scatena l’armonia dei gesti, che cancella ogni fatica e ogni realtà contraria al vostro piacere, l’estasi della sfrenata potenza, di chi ormai non deve più lottare, ma soltanto godere di ciò che ha conquistato, gustandosi all’infinito l’ebbrezza di incutere timore.

Così eravamo: regnavamo da sovrani e signori sulle più importanti tavole di Francia, pasciuti dall’eccellenza delle pietanze, dalla nostra gloria e dal desiderio mai sopito, anzi sempre inebriante come l’odore della selvaggina per il segugio, di decidere su quell’eccellenza.

Sono il più grande critico gastronomico del mondo. Grazie a me quest’arte minore è assurta al rango delle discipline più prestigiose. Il mio nome è noto a tutti, da Parigi a Rio, da Mosca a Brazzaville, da Saigon a Melbourne fino ad Acapulco. Ho creato e demolito reputazioni, sono stato il capo supremo, consapevole e implacabile di tutti quei sontuosi banchetti; con la mia penna ho dispensato sale o miele ai quattro venti, attraverso giornali, trasmissioni e dibattiti vari in cui ero invitato continuamente a discutere di argomenti fino ad allora relegati nella nicchia delle riviste specializzate o nella saltuarietà delle rubriche settimanali. Ho trafitto alcune delle più autorevoli farfalle della cucina e le ho esposte nella mia teca per l’eternità. A me, a me solo si deve la gloria e poi la rovina della maison Partais, il crollo della maison Sangerre, lo splendore sempre più sfavillante della maison Marquet. Li ho fatti diventare quello che sono per l’eternità, proprio così, per l’eternità.” da Estasi culinarie di Muriel Barbery

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Kveta Pacovska

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P come poesia II

“Appena calava il sole, gli insetti che dall’alba al crepuscolo erano rimasti in silenzio facevano sentire la loro voce, forse sapendo che gli uccelli erano altrove. Ai bambini che vivevano nel Kalahari o ai suoi margini, i grandi raccontavano che quei rumori sfrigolanti, quegli schiocchi acuti, erano le stelle in cielo che richiamavano i loro cani da caccia. E sembrava davvero così, pensò la signora Ramotswe, anche se tante cose che suonavano plausibili erano spesso nient’ altro che poesia: il condimento che versiamo sulla vita per renderla un po’ più gustosa.” Alexander McCall Smith

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Stéphane Barbery