M come mostrare

“Siamo muti nel mondo, a meno che, in un certo senso, non riveliamo le nostre storie, rendendole manifeste quanto i nostri gesti e i nostri vestiti. Se mostriamo poco, finiamo per restare intrappolati all’interno dei nostri racconti, isolati dagli altri.” Paula Fox dalla prefazione a La visitatrice di Maeve Brennan.

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Saul Steinberg

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S come sogno

“Erano una bella coppia di individui piuttosto malconci, segnati a vita dalle loro esagerate speranze. Avevano entrambi lo sguardo scintillante e indagatore di chi non ha mai imparato a tenere sotto controllo i propri sogni.”

“Conservava ancora intatte le sue speranze, e i suoi sogni erano ancora vividi e inalterati, ma la loro compagnia le era diventata talmente familiare che avevano smesso di farle luccicare sconsideratamente gli occhi, e Jane non sorrideva più con disprezzo ai presenti mentre dentro di sé diceva: ‘Guardatemi, guardate cosa sono e cosa diventerò’.”

da La sposa irlandese di Maeve Brennan

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Kees Van Dongen

C come copertina

Di solito si dice di non giudicare il libro dalla copertina. Eppure le copertine (avendo un debole per la bellezza), mi attirano. E soprattutto le copertine di due volumetti che lessi anni fa, che riportavano le fotografie della scrittrice Maeve Brennan: così incantevole che non seppi resistere. Fu un bell’incontro, con una scrittrice preziosa che presta ascolto al mondo, un mondo pieno di nostalgia e desiderio.

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Ecco l’incipit di un suo racconto, Un sacro terrore:

“Era l’addetta alla toilette per signore del tranquillo Royal Hotel di Dublino. Mary Ramsay, voce ruvida, mani ruvide, maniere ruvide in tutti i modi possibili. Con quella lingua ti scorticava vivo, dicevano all’hotel. Tutti avevano paura di lei.

Nella toilette per signore, se per caso le fosse accaduto di darti le spalle (magari per prendere un asciugamano, o la spazzola per i vestiti), avresti visto quel suo grande deretano ballonzolare per la stanza. Era tormentata dall’artrite, alle gambe, alle braccia, ovunque. Aveva dolori a stare in piedi e a stare seduta, e quando rimaneva ferma per un certo tempo la rigidità la costringeva ad alzarsi e a muoversi. Le sue larghe pantofole da uomo, tagliate ai lati per renderle ancor più comode, le facevano i piedi piatti; e poi iniziavano le sue grosse gambe; tutte avvolte in calze di lana nera, s’insinuavano sotto la gonna, fuori dalla vista, in profondità inimmaginabili e in un’oscurità di pieghe di carne vezzeggiata. Era bella tonda, quella lì.”