O come OZ

“Se qualcuno avesse detto a Dorothy che presto, anzi prestissimo, avrebbe sentito tanta struggente nostalgia delle praterie del Kansas, forse la bambina non ci avrebbe creduto.
Insieme allo zio Henry e alla zia Em, Dorothy abitava in una catapecchia di legno nel bel mezzo delle più vaste, sperdute e grigie lande americane. Intorno niente altro che l’immensa pianura, che da ogni lato arrivava fino alla fine dell’orizzonte senza che mai – ma proprio mai – una casa o un albero interrompessero la monotonia. Il sole a picco inaridiva i campi, la terra e ogni singolo filo d’erba, al punto da trasformare tutta la brughiera in un’unica e informe distesa grigia.
Lo zio Henry, che faceva il fattore, e la zia Em, che faceva la moglie del fattore, avevano portato da molto lontano le assi di legno che erano servite per costruire le quattro pareti, il pavimento e il tetto di quel bugigattolo di casa. Un tempo era stata verniciata di un bel colore vivace, chissà quale però, il sole lo aveva infatti disseccato e la pioggia consumato. Ora anche la casetta era smorta e grigia come il resto del paesaggio.
Eccola lì al centro dell’immensa prateria: un’unica stanza con una vecchia cucina di ghisa arrugginita, una dispensa per i piatti, un tavolo, tre o quattro sedie e i letti: in un angolo quello grande degli zii, in un altro quello piccolo di Dorothy.”

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Lisbeth Zwerger

O come oro

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Yves Klein

“Ora voglio andare oltre l’arte – oltre la sensibilità – oltre la vita. Voglio entrare nel vuoto. La mia vita dovrebbe essere come la mia sinfonia del 1949, una nota continua, liberata dall’inizio alla fine, legata ed eterna al tempo stesso perché essa non ha né inizio né fine…Voglio morire e voglio che si dica di me: ha vissuto, perciò vive.” Yves Klein