P come poco

“Quando erano sole, di solito erano felici, nonostante l’aria squallida che emanava dal loro pallore, dalla loro serietà e dalla loro miseria. Avevano così poco, sapevano così poche cose, erano state in così pochi posti e avevano incontrato così poche persone, le loro esistenze erano tanto vuote che non avevano ancora imparato ad avere molti desideri. Durante la guerra le loro scuole erano state sfollate in campagna. Ma loro non ci erano andate, ed erano state istruite dalla madre. Questa si vantava, non senza fondamento, che esse sapessero più di storia, geografia, matematica e religione  di quanto non avrebbero appreso in qualsiasi scuola. Ma nel vicinato non erano rimasti altri bambini, e così, per divertirsi, dovevano contare unicamente su loro stesse. Non litigavano e non bisticciavano mai e andavano quasi sempre d’accordo. […]

Questo viaggio a Pendizack era la più grande avventura della loro vita. Ne erano addirittura stordite, come se una fiaba fosse divenuta improvvisamente realtà. Una settimana prima avrebbero creduto impossibile avere degli amici come i Gifford. Ora sembrava scomparsa la barriera fra il possibile e l’impossibile.” da La festa di Margaret Kennedy

P come piangere e parole

Piangere non è un sussulto di scapole

e adesso che ho pianto

non ho parole migliori di queste

per dire che ho pianto

le parole più belle

le parole più pure

non sono lo zampettio delle sillabe

sull’inverno frusciante dei fogli

stanno così come stanno

né fuoco né cenere

fra l’ultima parola detta

e la prima nuova da dire

è lì che abitiamo.

Pierluigi Cappello

 

 

P come perno

“Fanny, che molto tempo prima aveva sposato un certo Mr Skeffington, da cui aveva divorziato per ragioni che considerava assolutamente fondamentali, benché non avesse pensato a lui nemmeno una volta per anni, iniziò con sua grande sorpresa a pensarlo in continuazione. Se chiudeva gli occhi a colazione lo rivedeva oltre il vassoio del pesce e ormai, pur non chiudendo affatto gli occhi, lo rivedeva praticamente oltre qualsiasi oggetto.

Ciò che in particolare la disturbava era il fatto che non vi fosse alcun vassoio del pesce. soltanto durante il piuttosto breve regno di Mr Skeffington quale marito vi era stato del pesce per colazione; essendo egli un uomo attaccato alle tradizioni, al quale piaceva vedere ancora sulla tavola ciò che aveva sempre visto in gioventù. Con la sua scomparsa sparì anche il piatto di portata del pesce, d’argento massiccio, tenuto caldo dal supporto elettrico; non perché l’avesse portato con sé – era troppo infelice per pensare alle suppellettili – ma per il fatto che la colazione di Fanny, dal giorno della partenza del marito, consisteva in mezzo pompelmo.

Naturalmente era in buona misura preoccupata per il fatto di rivedere sia lui che il piatto in maniera tanto nitida, ben sapendo che né lui né il piatto fossero presenti. A tale proposito si era quasi decisa a consultare un dottore ma, non essendo particolarmente ben disposta alle visite dei medici, pensò di aspettare un po’. Poiché, dopo tutto, ragionò Fanny che si considerava una donna molto assennata, stava per avvicinarsi il suo cinquantesimo compleanno, e nel raggiungere una pietra miliare così importante, così esortativa alla sobrietà, cosa vi era di più naturale che concentrarsi sui propri pensieri e rimestare tra i ricordi? Ma come, rimestando tra i ricordi, si chiedeva, evitare di incrociare Mr Skeffington? Era stato, lo ammetteva, il perno centrale della sua vita. Era soltanto grazie alle rendite che le aveva assegnato – rendite di un uomo estremamente ricco ed estremamente amorevole – che ora si ritrovava così facoltosa ed era solo grazie alle sue infedeltà, – ma si dovrebbero mai ringraziare le infedeltà? Beh, poco importa – che si trovava libera.” incipit di Mr Skeffington di Elizabeth von Arnim

P come poster e propaganda

“Sono un artista pop nel senso più elementare del termine. Le cose che vedo intorno a me sono la base del mio lavoro e lo scopo del mio lavoro cambia quando una cosa che leggo o che vedo inizia ad annoiarmi. Sono una persona molto visuale. I simboli che utilizzo evocano la propaganda politica ma, in realtà, sto solo commentando la cultura popolare, sto solo cercando di divertirmi e di fare qualcosa di artistico allo stesso tempo.” Obey

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Frank Shepard Fairey in arte, Obey

P come percezione

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Los Angeles Modern Auctions (LAMA)

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“I miei dipinti non rappresentano oggetti. Sono oggetti essi stessi e percezioni frammentarie delle cose.”

“Penso che quello che vogliamo dall’arte sia un senso di fermezza, un senso che si opponga al caos della vita quotidiana. Questa è chiaramente un’illusione. Quello che tento di catturare è la realtà del flusso, di tenere l’arte come una situazione aperta e incompleta, di raggiungere l’estasi della visione.”

“Ho capito che non volevo comporre un’immagine.Volevo trovarla. Sentivo che la mia visione era quella di scegliere delle cose fuori da me, presenti nel mondo e di presentarle. Per me l’investigazione della percezione è del massimo interesse. C’è molto da vedere, e tutto questo mi sembra fantastico.”

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Ellsworth Kelly

P come pazzia

“«Lunedì:caduta in una poltrona, non ho la possibilità di alzarmi; tutto è insipido, incolore, inutile. Enorme desiderio di calma, martedì. Mercoledì: unico desiderio, l’aria aperta, in silenzio: ho pensato con venerazione alla mia forza di scrittrice, quasi non credendoci, quasi senza averla mai posseduta. Il cervello vuoto. Dormo in poltrona. Giovedì: non il minimo piacere di vivere. Ma forse un maggiore accordo con l’esistenza…». Così, giorno per giorno, Virginia Woolf segnava, nel suo diario, i progressi e le soste di una pazzia che aveva imparato ad addomesticare dentro di sé. ” da Dizionario del successo dell’insuccesso e dei luoghi comuni di Irene Brin