V come vestaglia

“Il giorno in cui la mia vita sarebbe tanto cambiata, andai a Londra con il treno delle 9.07. Avevo intenzione di fare un po’ d’acquisti; qualcuno mi aveva parlato di certe vestaglie cinesi in saldo, perfette per cenare in casa perché coprivano tutto. Avrei anche visto quel birbante di mio figlio, Basil, che mi dava tante preoccupazioni; zia Sadie mi aveva chiesto di andare a trovare zio Matthew, e in effetti era tempo che volevo parlargli di una cosa. Avevo appuntamento con il primo per il pranzo e con il secondo per il tè. era sabato: la mezza giornata di riposo di Basil, che stava preparando l’esame del Foreign Office. Dovevamo incontrarci in un ristorante e poi andare a casa sua, in quelle che una volta chiamavano ‘stanze d’affitto’ e ora si chiamano ‘residence’. Il mio proposito era dare una rassettatina, senza dubbio necessaria, e raccogliere un po’ di panni sporchi da far lavare ad acqua o a secco. Avevo con me una grande sacca di tela dove mettere i panni e la vestaglia cinese, casomai l’avessi comprata.

Purtroppo in camerino avevo un’aria proprio ridicola con quella vestaglia cinese, le scarpe da passeggio marroni che spuntavano enormi da sotto l’orlo, la pettinatura rovinata dal cappello e la borsa di cuoio stretta al seno, perché conteneva ventotto sterline e sapevo che durante i saldi la gente rubava. La commessa mi suggerì, sollecita, di pensare a come sarebbe stato diverso se fossi stata ben coiffée e maquilléè e parfumée e manicurée e pedicurée, con un paio di sandali cinesi (reparto successivo, trentacinque scellini e sei penny), sdraiata su un divano in una luce soffusa. Tuttavia non servì a nulla: la mia immaginazione non  riusciva a lavorare su tutte quelle ipotesi. Accaldata e irritata, mi strappai di dosso la vestaglia e fuggii dal disappunto della commessa.” da Non dirlo ad Alfred di Nancy Mitford

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