F come fili e favole

maria lai    Maria Lai-Le parole imprigionate

“Ero convalescente e il clima del mio paese, in alto sulla montagna, minacciava la mia fragilità. Fui affidata agli zii che non avevano figli, ma se dall’età di due anni non tornai in famiglia che al tempo della prima adolescenza, non fu per un progetto di adozione. Quel primo distacco fu una specie di profezia. La mia salute tardava a ristabilirsi, tenendo tutti in allarme per un tempo più lungo del previsto. Più di una volta, le malattie sono state complici delle mie scelte. Della famiglia vedevo spesso solo mio padre, che per i suoi impegni di veterinario nella zona veniva spesso a trovarmi e anche perché le sue visite erano una festa per me. Madre e fratelli erano quasi estranei. Avevo quattro anni quando gli zii diedero ospitalità a due carrozzoni di zingari. Avevano cercato rifugio in Sardegna durante la prima guerra e disperavano di ripartire. I loro carrozzoni, difficili da imbarcare, restarono quindi posteggiati per più di un anno a pochi passi dalla casa degli zii. Gli zingari lavoravano nei campi, ma praticavano anche la loro attività di acrobati e giocolieri, a cui venivano allenati anche i loro tanti bambini. Fui accolta e frequentai i loro giochi. Imparavo un po’ delle loro abilità e facevo spettacolo per gli zii che mi applaudivano. Quando gli zingari dovettero partire, con la complicità dei loro bambini mi nascosi in un carrozzone. Solo in viaggio fu scoperta la mia fuga. Gli zingari mi trovarono addormentata e tornarono indietro durante la notte per riportarmi in braccio agli zii. Ma io continuai a viaggiare per anni, con la fantasia, su quei carrozzoni. La mia vita con gli zii fu un grande viaggio nella fantasia, nella vastità della grande casa, della campagna, dei giochi. Ero analfabeta, ma piena di favole. Ciò che ho fatto dopo, da adulta, è iniziato a quell’età. Mani, occhi, parole, diventavano collegamenti tra realtà e sogno.” Maria Lai

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Tutte le opere sono di Maria Lai.

Grazie al post di topipittori che me l’ha fatta conoscere.

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I come ispirazione

“Una volta ho sentito la storia di un poeta Yiddish che viveva in assoluta povertà e miseria, un adolescente, che non aveva mai visto niente di bello nella sua vita, e faceva splendidi poemi su delle verdure che saltavano nella pentola. La mia idea è che per il sublime e per la bellezza e per l’interessante, non devi guardare troppo lontano. Devi sapere come guardare.” Hedda Sterne

Hedda Sterne DiaryHedda Sterne, Diary

A proposito del suo diario: ” Ho iniziato a farne uno sul mio pavimento.Avevo una grande tela, e l’ho divisa in giorni e mesi, e ogni giorno ci mettevo una citazione a cui era particolarmente legata che avevo che trovavo in un libro. E questo era il diario. L’ho fatto per un anno e mezzo, e poi la seconda volta per due mesi e mezzo. Quello di un anno e mezzo è enorme.L’ho arrotolato perché non potevo pulirlo senza cancellare tutto. Così adesso non lo stendo più sul pavimento. Era molto bello da vedere.”

Anche io amo ‘tenere con me’ frasi e passi di libri, ma non ho mai pensato che potessero diventare qualche cosa di artistico.

La collezione delle nostre meraviglie (la nostra wunderkammer) contiene parti di noi, parlando di noi e per noi, quasi come le nostre produzioni.

Grazie a Austin Kleon per l’ispirazione.