D come dopo

” Ora io e Anne Marie siamo rimasti soli. È una donna forte, ma è stanca, e ha bisogno di me. Anch’io in qualche modo ho bisogno di lei. Anch’io sono molto stanco.

Non mi dà pace il pensiero che negli ultimi tempi, i rapporti fra me e mio fratello erano così freddi. A dire il vero erano freddi fin dal primo giorno che sono arrivato qui. Tante volte veniva e mi proponeva di fare una passeggiata con lui e io rifiutavo. Cosa darei adesso per averlo davanti, alzarmi in piedi e seguirlo. Rifiutavo, freddamente e forse quasi sgarbatamente. È successo anche il giorno prima che morisse. Quando accettavo di uscire con lui, d’altronde, camminavamo scambiandoci poche parole e fredde. Per ritrovare dei rapporti lieti e confidenziali, fra lui e me, devo tornare indietro di anni e anni.

Ieri, Anne Marie e io siamo andati al cimitero. La tenevo a braccetto. Piangeva, ma anche quando piange non smette di sorridere. È un sorriso che non arriva né alle guance né agli occhi, resta fermo fra il mento e le labbra. Quando siamo tornati a casa, io mi sono seduto in cucina, lei mi è venuta vicino e mi ha accarezzato la testa. Allora ho posato la testa contro il suo grembo, magro e vestito di lana nera. Mi ha fatto il tè di menta, quel maledetto tè di menta che è la sua mania. Poi abbiamo riscaldato e mangiato un pezzo d’arrosto che aveva cucinato la signora Anne Marie era seduta davanti a me e mangiava, composta, vestita di nero, col suo lungo collo, le sue spalle gracili, il suo sorriso. Non parliamo mai di mio fratello, Anne Marie e io. Parliamo di cose giornaliere, la spesa, la lavatrice, la signora Mortimer, e parliamo dei problemi di Danny, del carattere di Chantal. Non abbiamo molti argomenti di conversazione, salvo questi, che d’altronde si esauriscono subito. Ma non è importante avere dei temi di conversazione, mi ha detto una volta Ignazio Fegiz, due persone possono stare insieme senza avere gran temi di conversazione e senza cercarli, ciascuno immerso nei propri pensieri, in un mezzo silenzio.” da La città e la casa di Natalia Ginzburg

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D come decoro

“Parigi, rue du Coq d’Or, le sette del mattino. Una sequela di urla strozzate e furibonde dalla strada. Madame Monce, la padrona dell’alberghetto di fronte al mio, era uscita sul marciapiede per apostrofare una pensionante del terzo piano. Aveva i piedi nudi infilati negli zoccoli e i capelli grigi appiccicati alla fronte.

Madame Monce: “Sacrée salope! Quante volte le ho detto di non schiacciare le cimici sulla carta da parati? Cosa crede, di averlo comprato l’albergo? Non può buttarle dalla finestra come fanno tutti? Espèce de traînée.

La donna del terzo piano: “Va donc, eh! Vieille vache!“.

Quindi un variopinto coro di urla, mentre da ogni parte si spalancavano le finestre e mezza strada si univa al diverbio. Tutti tacquero di colpo dieci minuti dopo, quando passò uno squadrone di cavalleria, e smisero di gridare per godersi lo spettacolo.

Abbozzo questa scena solo per dare un’idea dello spirito in rue du Coq d’Or. Non che i litigi fossero l’unico avvenimento, nella via, comunque raramente una mattinata passava senza un’esplosione del genere. Erano i litigi, e il grido sconsolato dei venditori ambulanti, e gli strilli di bambini in cerca di bucce d’arancia sull’acciottolato, e di notte lo strepito di canti e il puzzo are del carretto delle immondizie, a creare l’atmosfera della strada.

Una strada molto angusta, una gola tra alte case miserabili, stranamente inclinate l’una verso l’altra, come se si fossero congelate mentre crollavano. Erano tutti alberghi, stipati fino al tetto di pensionanti, in gran parte polacchi, arabi, italiani. Ai piedi degli alberghi c’erano piccoli bistrot dove ci si poteva ubriacare con l’equivalente di uno scellino. Il sabato sera circa un terzo della popolazione maschile del quartiere era ubriaco. Scoppiavano risse per motivi di donne; gli sterratori arabi, che vivevano negli alberghi più miserabili, coltivavano misteriose inimicizie che risolvevano a seggiolate, talvolta a rivoltellate. Per quella strada  i poliziotti, di notte, passavano solo in coppia. Era un luogo piuttosto turbolento. E tuttavia, in mezzo al fracasso e al sudiciume, vivevano i soliti rispettabili bottegai francesi, panettieri, lavandaie e simili, che badavano tranquilli ai fatti loro e accumulavano silenziosamente piccole fortune. Insomma, era un tipico slum parigino. […]

C’erano tipi originali nell’albergo. I quartieri poveri di Parigi sono un punto di ritrovo per i tipi originali, gente che, piombata in una solitudine al limite della follia, ha rinunciato alla normalità e al decoro. La povertà li esime dall’osservare la condotta comune, proprio come il denaro esime dal lavoro. Alcuni pensionanti del nostro albergo conducevano una vita oltremodo singolare.” da Senza un soldo a Parigi e a Londra di George Orwell

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